Accadde senza preavviso,
non su un monte né in riva al mare,
ma dietro un cancello, tra canti e radici.
Lei non portava trucco,
il volto era già quello che avevo cercato ovunque.
Pantaloni semplici, un top leggero,
eppure sembrava una regina:
con l’eleganza di una gran dama
e lo charme di una farfalla,
dominava il suo mondo.
Io, guidato da una chiamata senza voce,
arrivai in un posto dove non c’erano insegne né locali,
solo delle case isolate
e lanterne accese nel cuore della notte.
La capanna respirava calore e canto.
Un microfono cadde tra le mie mani,
e con lui, anche tutte le mie maschere.
La mia voce ruppe il ghiaccio,
ma fu il suo sguardo a sciogliermi.
Ci fu un attimo, forse tanti,
in cui ci tenemmo per mano,
in cui cercavamo il contatto,
come se avessimo atteso quell’incastro da vite intere.
E fu durante una danza improvvisata
che lei appoggiò il capo sul mio petto e disse piano:
"Mi sento così bene, ora, qui."
Allora il mondo si dissolse.
Solo una canzone,
una danza lenta,
una carezza sulla schiena,
e un bacio che non era il primo, ma l'eterno.
Poi ci fu l’invito al giorno dopo,
un matrimonio che doveva essere d’altri,
e che invece fu il nostro primo consenso
a voler proseguire insieme il viaggio.
Nulla era normale.
Eppure tutto era giusto.
Il profumo della sua pelle era già casa.
E ogni cosa accaduta fino a quel giorno…
esisteva solo per portarci lì.
Quel bacio fu un sigillo.
Un atto di memoria cosmica.
Il tempo si piegò.
E l’Amore, drogato di noi, si dichiarò vivo.